La Donna Allo Specchio - 13. Agnese

scritto da paroleafiordipelle
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Per una serie di coincidenze del destino, Agnese viene a conoscenza di due segreti.
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Testo: La Donna Allo Specchio - 13. Agnese
di paroleafiordipelle

Quando riapro gli occhi, sono le otto passate. Controllo il telefono e trovo il messaggio in cui Marco mi annuncia di essere partito con i bambini. Il giorno prima mi aveva detto che avrebbe noleggiato un’auto, quindi non dovevo andarlo a prendere all’aeroporto.

            Scendo dal letto e mi vesto in fretta e furia. Indosso un paio di jeans e il maglione natalizio che ho comprato in set per tutta la famiglia, come da tradizione.

L’odore del caffè mi attira direttamente in cucina, dove incappo in mia madre già indaffarata ai fornelli.

            «Buongiorno Mama!»

            «Buongiorno, love. Dormito bene?»

            «Si, grazie. Ho iniziato la lettura.»

Mia madre mi scruta e ammicca.

            «Lo immaginavo. E?»

            «E per ora sembra che tu abbia scritto la mia storia trent’anni prima che accadesse!»

Mamma scoppia a ridere.

            «Credo sia la storia di tante donne, tesoro.» Si gira un momento, con il mestolo in mano e indaga: «Già letto qualcosa di…succoso?»

In quel momento sono io a scoppiare a ridere.

            «Tipo quando la protagonista e il suo nuovo tipo lo fanno sui sedili posteriori?»

            «Quale delle tante volte?»

            «Mama!» Grido scandalizzata.

Non facciamo a tempo a finire la conversazione che suona il telefono.

            Marco mi informa che sono arrivati a Venezia e che, tra un’oretta e mezza, raggiungeranno la casa di mia madre.

            «Ottimo!» Esclama lei quando condivido la notizia. «Allora, tu finisci di fare colazione. Io ho messo sul fuoco il brodo di pollo per i tortellini e i funghi per il risotto. Il purè di patate è quasi pronto, basta continuare a mescolare. Posso andare a darmi una sistemata e lasciarti la responsabilità dei fornelli?»

            «Sissignora!» La prendo in giro.

Nel momento in cui mamma lascia la cucina, sorseggio un po’ di quell’energizzante liquido amaro e sgranocchio qualcuno dei biscotti che abbiamo fatto ieri. Mi compiaccio, ammirando le piastre piene di pentole, come quando eravamo tutti insieme.

            Termino la mia colazione, spengo il fuoco del purè, abbasso la fiamma alle altre due pignatte e decido di anticiparmi andando in garage a prendere tutto l’occorrente per preparare l’albero.

Così quando arriveranno i piccoli e il nonno potremo procedere.

Finché scendo le scale colgo inavvertitamente l’ultima parte di una telefonata di mamma in cui lei dichiara al suo interlocutore che non è ancora il momento e che farà meglio a sbrigarsi prima che gli altri arrivino. La sento concludere la telefonata con un’effusione. Il tono è dolce, accondiscendente. M’interrogo su chi sia ma proseguo verso la scansia con le decorazioni.

            Raccolgo un po’ di scatole e, quando torno verso il soggiorno, m’imbatto in mia madre.

            «Che ci fai qui?»

            «Ho pensato di portare già in salotto l’occorrente per agghindare l’albero. Anzi, riesci a prendere quello scatolone laggiù? È l’ultimo.» La imploro cercando di non rovesciare nulla.

Mama mi fissa per un momento con perplessità. Poi prende lo scatolone che le ho indicato e, insieme, andiamo al piano di sopra.

            Frattanto lei controlla se ho fatto il mio dovere in cucina, io accendo la radio di musica natalizia sul mio telefono, collegandolo agli altoparlanti.

Kelly Clarkson canta Underneed the Tree, una delle nostre canzoni preferite, e iniziamo a cantarla insieme aprendo gli scatoloni.

Montiamo l’albero e posizioniamo qualche decorazione qua e là, fino a quando Olly inizia ad abbaiare. Un secondo dopo, il campanello suona e, dalla finestra, osservo i miei cuccioli sventolare in aria le manine, uno in braccio a Marco e l’altra attaccata al cancello in attesa di entrare.

Mi affretto ad aprire ma mia madre mi supera e frena la corsa di Camilla con un abbraccio prima che si schianti contro la porta d’ingresso. Olimpia invece accoglie Marco saltandogli addosso. Leonardo urla eccitato.

Appena i piccoli mi individuano, mi circondano. Riempio di baci i loro visetti tondi e loro mi chiamano mama all’infinito.

Mia madre accoglie suo genero. Alzo gli occhi fino ad incontrare quelli di Marco. Gli sorrido. Anche gli angoli della sua bocca curvano verso l’alto, ma il suo sguardo rimane serio.

            «Forza, entrate! Bambini, vi stavo aspettando per decorare l’albero!» Annuncia la loro nonna.

            «Siiiii!!!» Gridano i due all’unisono.

Tolgono i giubbotti dandomeli in mano come fossi la domestica, e corrono con mamma ad aprire il resto delle scatole.

            «Mi sembrano felici.» Sussurro a mio marito avvicinandomi per baciargli la guancia. Lui mi prende le giacche dalle mani e si volta verso la porta per appenderle, lasciandomi con le labbra increspate a mezz’aria.

Avverto l’ormai familiare fitta allo stomaco realizzando che, ancora una volta, mi ha completamente evitata.

Nel frattempo suona nuovamente il campanello. Sono mio nonno e sua moglie Claudia con almeno dieci pacchi regalo tra le mani.

            Li lascio accomodare e, tutti insieme, aiutiamo mama e i gemelli ad addobbare. Cerco di scacciare i pensieri e di concentrarmi sul presente.

«Mama, ti piace?» M’interroga Leonardo quando tutti, seduti vicino al camino, ammiriamo la nostra opera.

            «È bellissimo! Abbiamo proprio fatto un buon lavoro di squadra.» Rispondo io sbaciucchiandola sui suoi ricciolini biondi.

In quel momento, anche Camilla pretende di rannicchiarsi tra le mie braccia, e mia madre appoggia la testa sulla spalla del nonno.

Ho sempre ammirato il loro rapporto. Nonostante le differenze di vedute, si sono sempre sostenuti l’un l’altra.

            Marco, quasi come un estraneo, sembra osservare la scena dal di fuori. Non proferisce parola, annuisce e sorride ai bambini, ma è come se fosse altrove.

            «Agnese, tesoro, mi aiuteresti a preparare la tavola?» Mi sollecita mia madre. Intanto che mi alzo aggiunge: «Marco, ti dispiacerebbe portare gli scatoloni sulle scansie in garage, per favore?»

Mio marito annuisce e lascia i bambini con mio nonno.

Appena entro in cucina, mamma chiude la porta alle mie spalle.

            «È questa la situazione, Agnese?»

Sospiro.

            «Già.»

            «Tesoro, dovete parlarne.»

            «Ci ho provato. Moltissime volte. Ma non ne ricavo nulla. Ora, ti prego, possiamo solo pensare alla Vigilia di Natale? Siamo tutti insieme, i bambini sono sulla luna dalla felicità e nonno pensa di essere tornato bambino!»

Mia madre annuisce e, allo stesso tempo, scuote la testa preoccupata.

            Quando la tavola è apparecchiata, l’imbandiamo con affettati, patatine, crostini, e tutto quello che ci si aspetta da un aperitivo con la A maiuscola, inclusi spritz e prosecco.

            «Mama, è pronto?» Domanda Camilla spalancando la porta impaziente.

            «Si, love.» Le confermo prendendola in braccio. «Tu e Leo vi accomodate qui, tra me e daddy, ok?» Appoggio mia figlia su una delle sedie con le alzatine che mia madre ha preparato.

Prendiamo tutti posto e, tra una chiacchiera e l’altra, il pranzo si svolge serenamente.

            Alla terza volta che io e Marco ci passiamo qualcosa, mi rendo conto che sembriamo due colleghi di lavoro più che marito e moglie.

Dopo il caffè, portiamo i bambini a riposare nella vecchia cameretta di Sandro, ancora decorata con i puzzle che ha composto da ragazzino. Persino le foto sulla scrivania sono ancora le stesse. Ce n’è una della sua laurea in cui posa tra mamma e papà e una nostra al mare da bambini.

Passando davanti alla mia camera realizzo che io e Marco dovremo dormire nello stesso letto che ho condiviso due notti prima con Luca; improvvisamente, mi sento un mostro.

Vorrei raccontargli tutto, ma so già che non crederebbe mai al fatto che non è successo nulla.

E comunque, qualcosa è successo, seppur non in quel letto. Merda.

Cerco di scacciare quel pensiero e ragiono su come trovare un po’ di tempo per stare con mio marito e, magari, parlare.

            «Marco?»

            «Dimmi.»

            «Ti andrebbe di andare a fare una passeggiata? Io e te soli?»

Un lampo di panico gli attraversa il viso.

            «Ma no, dai, e se i bambini si svegliano?»

            «Se si svegliano ci sono mia madre e mio nonno.» Poi, più dolce, lo imploro: «Per favore?»

Non riuscendo più ad inventare scuse accettabili, è costretto ad acconsentire.

            Quando usciamo, è già buio, benché siano solo le quattro e mezza del pomeriggio.

Mentre camminiamo, infilo il mio braccio sotto il suo, aggrappandomici come vorrei fare con la nostra relazione.

Lui non parla, ma nemmeno si sposta. Lo prendo come un buon segno.

            «Mi sei mancato, sai? Soprattutto quando è stata male mamma. Avrei davvero avuto bisogno di averti qui.»

            «Purtroppo, avere i genitori lontani significa anche questo. E per fortuna eri qui.»

La sua risposta mi spiazza. Non un “mi dispiace”, non un “mi sei mancata anche tu”. Decido di riprovare.

            «Certo, però tra poco saremo tutti insieme nella stessa città. Dovrebbe essere più semplice, no?»

            «Si, poi però c’è il tuo lavoro, il mio lavoro, i figli. Insomma, è tutto un casino.»

In quel momento avverto la mia pazienza esaurirsi e mi fermo, obbligandolo a fare lo stesso.

            «Senti, io sto cercando di venirti incontro, di recuperare un po’ il nostro rapporto che, se non te ne sei accorto, non è più quello di qualche anno fa, ma ho bisogno del tuo aiuto.»

Lui guarda altrove. Poi abbassa il volto verso di me e, sottovoce, sussurra:

            «E se non ci fosse nulla, da salvare?»

Rimango immobile, nella speranza di non aver capito bene.

Intanto che cerco in me le parole con cui rispondergli vengo interrotta:

            «Agnese.»

La sua voce. Inconfondibile. Alle mie spalle.

Mi giro lentamente pregando con tutto il cuore che la mia espressione non mi tradisca.

            «Ciao Luca. Come stai?»

Rimane un momento in silenzio cercando di capire la situazione.

            «Tutto bene.» Si limita a dire. Sto quasi per tirare un sospiro di sollievo, quando s’informa: «E tua madre, come sta?»

Merda.

In quell’attimo penso a come spiegare a Marco che il mio ex è al corrente delle condizioni di salute di mia madre. Luca, invece, non me ne lascia il tempo e allunga la mano per presentarsi.

            «Credo non ci siamo mai incontrati. Piacere, Luca Astolfi.»

Le pupille di Marco si allargano come avesse visto un fantasma. Ha riconosciuto il nome, è evidente. Ma, come da sua natura, non lascia trapelare nulla ad un occhio inesperto.

            «Marco, il marito di Agnese.»

Mi ha appena detto che non sa se c’è ancora qualcosa da salvare? Perché marcare il territorio?

            «L’avevo intuito.» Risponde con tono secco osservando il mio braccio sotto al suo.

«Devo andare, Anita mi aspetta. Salutami tua madre e», fa una breve pausa, «buon Natale, Agnese.»

            Rimango lì, pietrificata, a fissare Luca andarsene con quell’espressione a metà tra il furioso e il ferito, pur rimanendo aggrappata all’uomo che, poco fa, mi ha bloccato il respiro con una frase.

            «Così quello è Luca, eh?»

Mi volto verso di lui.

            «È di questo che vuoi parlare? Del mio ex? Dopo quello che mi hai appena detto?»

            «Era solo una curiosità. Quanto al mio pensiero…esaminando la tua reazione nei suoi confronti, forse ho semplicemente espresso il sentimento di entrambi.»

Con quella frase, gira su sé stesso, e si avvia verso casa.

Attonita e confusa, rivolgo un ultimo sguardo in direzione di Luca. Poi, seguo mio marito rimanendo sempre un paio di passi indietro, nella speranza che sia lui a rallentare per aspettarmi. Ovviamente questo non succede.

Raggiunta casa di mamma, troviamo i bambini già svegli in salotto a giocare con nonno.

Andiamo al piano di sotto ad appoggiare i cappotti.

Prendo un respiro e mi rivolgo a Marco.

«Ti va di bere una tisana in taverna? O un rum? Credo dovremmo parlare di quello che è successo e finire il discorso che abbiamo cominciato.»

Mio marito si volta come se non sapesse di cosa parlo.

«Marco, ti prego. Sono ormai dieci anni che ci conosciamo. Sappiamo distinguere bene la serenità dall’apatia, non credi?»

«Cosa vuoi che ti dica? Hai ragione. Siamo apatici. La nostra vita si svolge attorno i nostri figli e il nostro lavoro, e non abbiamo tempo per la coppia.»

«Lo dobbiamo trovare, il tempo. Stiamo perdendo tutto, Marco!»

«Beh», esordisce lui, «non mi sembra tu te ne sia fatta un problema in questi giorni. Avevi già reperito un sostituto, no?»

«Non ho trovato nessun sostituto!» Ribatto offesa e infastidita. «Ci siamo rivisti in paese e mi è stato accanto in questi giorni. Ma io chiamavo te. Cercavo te! Eri tu che non rispondevi!»

In quel momento sento un telefono vibrare. Mi tocco la tasca ma non è il mio.

Marco rimane immobile, non accennando a rispondere.

            «Potrebbe essere importante, la Vigilia di Natale.» Commento.

            «Richiamerò dopo.»

            «Marco, abbiamo due figli, una vita insieme. Non voglio perderti, ok? Ma non possiamo nemmeno continuare così.» Riprendo io.

Il telefono vibra di nuovo, con rinnovata insistenza.

            «Senti, se non rispondi tu ci penso io.» Lo minaccio.

Mio marito tira fuori il telefono e, senza controllarlo, lo spegne.

            «Agnese, nemmeno io vorrei perderti. E amo i nostri figli, lo sai. Ma la lontananza che percepisci tu, la sento anche io. E non so se m’immergo nel lavoro per non pensarci o se ho troppo lavoro per pensare a te, ma in questo momento non so dove sbattere la testa, ok?»

            Per questa conversazione la tisana non è sufficiente; prendo due bicchierini e li riempio di Zacapa. Gliene passo uno, sfiorando le sue dita. Mi sembrano quasi estranee, e mi rendo conto di quanto tempo è che nemmeno ci teniamo per mano.

            «Marco», socchiudo le palpebre per recuperare il coraggio, «tu mi ami ancora?»

Riapro le palpebre e scorgo mio marito osservare il bicchiere. Non alza lo sguardo. Rimane a contemplare quel liquido ambrato tra le sue mani.

            «Vorrei dirti di sì, Agnese. La verità, però, è che non lo so.» Poi respira profondamente e gira la domanda verso di me. «E tu?»

            Capisco quello che vuol dire. Anch’io vorrei rispondere ciecamente di sì. Ma quello che è successo con Luca mi blocca. Perché non capisco se è un sintomo o una conseguenza.

            «Ti voglio bene. Questo sì. E non vorrei mai ferirti. Però non so se possiamo ancora considerarci innamorati. La nostra relazione è…cioè, non è quello che mi aspettavo dalla vita. E siamo ancora giovani, e dovremmo essere felici.»

            «Già.» Concorda sorseggiando un goccio di rum.

            Beviamo il nostro drink in religioso silenzio, ognuno contemplando i propri pensieri.

Marco è il primo a finire. Chiamato da Leo, si alza e va verso il salotto. Io rimetto a posto i bicchieri e mi dirigo in bagno.

            Quasi non riconosco il mio riflesso allo specchio. Sono sfinita, come se avessi corso una maratona. È quasi Natale, i miei figli non vedono l’ora dell’arrivo di Santa Claus e io vorrei solo piangere. La mancanza della sensazione di protezione che ho sentito in questi giorni, tra le braccia di Luca mi toglie il respiro. Penso a quanto deve averlo ferito incontrarmi con mio marito, ma cerco di rassicurarmi raccontandomi che sa che sono sposata e che non posso sentirmi in colpa per questo.

            Prendo fiato una, due, tre volte fino a che mi reputo pronta ad uscire.

Sul tavolo della taverna lo schermo di un telefono attira la mia attenzione. Convinta sia il mio, lo prendo e m’imbatto in un messaggio di Adele, la segretaria di Marco.

Quando provo ad aprirlo, lo smartphone esige la password.

Ma che diavolo significa? Da quando ha il blocco per i messaggi?

Confusa, rimetto il telefono al suo posto e raggiungo gli altri che mi aspettano attorno all’albero.

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